Generare un figlio significa attraversare una soglia.

Spesso si sottovaluta la portata simbolica di questa esperienza di vita. Da figli dei nostri genitori diventiamo genitori dei nostri figli. Si risvegliano, in questo passaggio delicato e commuovente, ricordi e processi psichici profondi. Il passato ci incalza e, senza che ce ne accorgiamo, riattiviamo quegli attaccamenti antichi e inconsapevoli che abbiamo appreso (e interiorizzato) a partire dalla nostra infanzia. Ogni bambino che nasce, è stato detto, è un nuovo inizio per tutta l’umanità. Eppure è facile che si proietti sulla creatura che viene al mondo tutto ciò che di irrisolto abbiamo lasciato in un cassetto. L’arrivo di una figlia e di un figlio è sempre un miracolo, capace di sconvolgere gli equilibri precedenti.

È, però, soprattutto un’occasione di crescita imperdibile per gli adulti.

Si afferma spesso, e non a torto, che quello genitoriale è il mestiere più difficile del mondo.

Ma lo è, non solo perché gli errori sono inevitabili fino a un certo punto, ma perché interiormente, nel cuore di una madre e di un padre, prendersi cura di un piccolo totalmente indifeso può riattivare ferite sepolte, costringendoci a confrontarci con la paura, con il nostro modo di vivere le dipendenza stessa e il bisogno dell’altro.

Numerosi studi e ricerche in ambito psicologico confermano che, con l’arrivo di un bambino, madri e padri vengono presi da emozioni intense e soprattutto da aspettative e desideri relativi al nuovo nato. Se questo è assolutamente normale, lo è meno il vivere tale passaggio senza rendersene conto.

Quante volte, ad esempio, pensiamo che i figli debbano crescere con lo scopo di raggiungere obiettivi che a noi sono stati preclusi?

Non è raro, inoltre, che gli adulti considerino i figli come un possesso, piuttosto che vedere in essi – come suggeriva il poeta Gibran – delle frecce scoccate in avanti, delle creature ricche di futuro che “dimorano con noi e tuttavia non ci appartengono”.

Diventare genitori significa che, al di là di una predisposizione innata all’accudimento, non possiamo contare su un sapere naturale completo, né possiamo avvalerci di un istinto infallibile.

La relazione tra grandi e piccoli è densa, infatti, di sfide da affrontare, di imprevisti, di sorprese che richiedono a entrambi di maturare una fiducia profonda nella creatività del rapporto affettivo, nella sua capacità di essere resiliente, dunque di rispondere con energia ed efficacia anche ai momenti no, che certo non mancano.
Ecco perché, sul versante genitoriale, è fondamentale una buona conoscenza non solo dei propri punti di forza, ma anche dei punti ciechi, degli aspetti irrisolti che possono mandare in cortocircuito anche la migliore delle intenzioni educative.

Sono in effetti le nostre ombre non riconosciute o apertamente negate l’ostacolo che può rendere meno piacevole e felice l’interazione con i bambini. Alcune di esse possono generare vergogna, senso di incapacità, timore nel futuro. Vengono inoltre puntualmente sollecitate dai figli, quasi mettessero inconsapevolmente il dito nella piaga.

Guardare tali ombre negli occhi e darsi il tempo per accoglierle vuol dire neutralizzare il loro potere perturbante e recuperare gran parte delle energie sequestrate dal conflitto interiore.
In tal senso possiamo affermare che nel diventare genitori la posta in gioco è quella di mettersi dinnanzi a uno specchio per riconoscere le proprie fragilità senza farlo in modo autocritico, bensì schiudendo inedite possibilità di integrazione ed evoluzione.
Crescere dei figli, in definitiva, ci impone un cammino di consapevolezza, ci spinge a guardarci dentro e a incrociare lo sguardo del partner con fiducia nuova. Il percorso è lungo, accidentato e pieno di gioie in agguato dietro l’angolo.

Articolo a cura dei professionisti ASPIC Scuola Superiore Europea di Cougenitori e figlinseling Sede di Ancona

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